Di Chiara Di Lucente
tumore collo utero

Gennaio è il mese dedicato alla prevenzione del tumore del collo dell’utero, noto anche come carcinoma della cervice uterina, una neoplasia maligna in cui le cellule della porzione anatomica che collega l’utero con la vagina vanno incontro a una proliferazione anomala e incontrollata. Ma perché è così importante sensibilizzare su questo tema? Innanzitutto, perché si tratta di uno dei tumori più comuni tra le donne. Secondo l’ultimo rapporto AIOM sul cancro in Italia, infatti, nel 2024 si stimano circa 2.382 nuove diagnosi di questo tumore, pari all’1,3% di tutti i tumori femminili. In Italia, ci sono circa 49.800 donne che vivono dopo una diagnosi di tumore della cervice uterina. Il tumore del collo dell’utero è particolarmente frequente tra le giovani donne, rappresentando il 4% dei casi: è la quinta neoplasia più comune in questa fascia d’età. I dati italiani, e più in generale quelli dei Paesi industrializzati, non rispecchiano la situazione epidemiologica globale di questo tumore, che è il secondo più comune tra le donne a livello mondiale (il primo nei Paesi in via di sviluppo) e il terzo per mortalità. In Italia, invece, l’incidenza è in diminuzione grazie alle campagne di prevenzione attuate.

Il secondo motivo per cui è importante parlarne, infatti, è che si tratta di una neoplasia per la quale la prevenzione primaria e secondaria possono fare una grande differenza. La prima è volta a ridurre i fattori di rischio per questa malattia, grazie anche alla vaccinazione anti-HPV, mentre la seconda, grazie alla diffusione dei programmi di screening e alla diagnosi precoce, è stata fondamentale nel ridurre l’incidenza e la mortalità di questo tipo di tumore. Approfondiamo meglio questo argomento nell’articolo.

Che cos’è il tumore del collo dell’utero e da cosa è causato

Prima di parlare di prevenzione, è bene comprendere la struttura del collo dell’utero, in modo da capire dove e in che modo si sviluppa questo tumore. Come già detto, la cervice è la porzione inferiore dell’utero, cilindrica, cava (la cavità interna è chiamata canale cervicale) e lunga circa 2,5 centimetri; in particolare, il canale cervicale comunica nella porzione superiore con la cavità del corpo dell’utero e in basso con la cavità vaginale. Per quanto riguarda la cosiddetta anatomia microscopica, ovvero le cellule di cui è composta, si può suddividere la cervice in due porzioni, dette endocervice ed esocervice. La prima, in continuità con il corpo dell’utero, è costituita da un epitelio cilindrico ghiandolare che produce muco. Quest’ultimo, regolato dagli ormoni sessuali, ha lo scopo di favorire la sopravvivenza e la migrazione degli spermatozoi nell’utero, ha proprietà batteriostatiche, funge da tappo protettivo durante la gravidanza, e riveste un ruolo di fondamentale importanza durante il parto. L’ectocervice, invece, in continuità con la mucosa vaginale, è costituita da un un epitelio squamoso stratificato (simile ad altre mucose del nostro organismo, come quella della nostra bocca). Infine, la cosiddetta zona di trasformazione cervicale, o giunzione squamocolonnare, è la porzione in cui l’epitelio dell’endocervice si trasforma in epitelio squamoso dell’ectocervice: il cancro della cervice uterina ha origine proprio da questa regione. Ma perché?

Come per la maggior parte dei tumori, concorrono per la sua insorgenza diversi fattori, ma il principale tra questi è il Papillomavirus umano (noto anche con l’acronimo HPV), responsabile della più diffusa tra le infezioni sessualmente trasmesse sia negli uomini sia nelle donne. Contrariamente a quanto si possa pensare, di HPV non ve ne è solo uno: si tratta, infatti, di un nutrito gruppo di virus a DNA appartenenti alla famiglia Papillomaviridae, di cui si contano oltre 120 genotipi in grado di infettare gli esseri umani attraverso il contatto con le mucose. Il contagio, infatti, avviene prevalentemente per contatto diretto, attraverso la pelle e i genitali, ma alcune forme possono essere trasmesse anche indirettamente (bagni pubblici, piscine, ambienti domestici). La maggior parte delle infezioni da HPV è transitoria e asintomatica, ma se persiste può causare lesioni cutanee e mucose. A seconda del tipo di HPV, queste lesioni possono essere benigne (come, per esempio, i condilomi, piccole escrescenze rosacee allungate, a livello degli organi genitali esterni, della regione intorno all’ano, della bocca e della gola) oppure portare a diverse forme di cancro a carico degli organi genitali, femminili e maschili, dell’ano e del distretto oro-faringeo. Sebbene meno comuni, infatti, i tumori correlati all’HPV possono colpire anche pene e ano, mentre, come riporta l’Istituto superiore di sanità, il carcinoma della bocca e della gola è in aumento, soprattutto tra i giovani. I genotipi di HPV in grado di favorire l’insorgenza di tumori vengono detti ad alto rischio oncogeno e sono trasmessi attraverso rapporti sessuali non protetti. In particolare, si stima che l’HPV sia responsabile di circa il 97% dei tumori della cervice uterina, dell’88% dei tumori anali, del 70% dei tumori vaginali, del 50% dei tumori del pene e del 43% dei tumori vulvari e di circa il 26-30% dei tumori del distretto testa-collo (orofaringei). Tra tutti i genotipi dell’HPV, 14 sono quelli ad alto rischio oncogeno: 16, 18, 31, 33, 35, 39, 45, 51, 52, 56, 58, 59, 66, 68. L’HPV 16 e l’HPV 18 in particolare, da soli sono responsabili del 75 % dei tumori della cervice uterina. Tuttavia, è bene sottolineare che l’infezione da HPV è un fattore necessario, ma non sufficiente: vi sono anche altri fattori che contribuiscono all’insorgenza del tumore del collo dell’utero, come il fumo, l’inizio precoce dell’attività sessuale, partner sessuali multipli, condizioni di immunodepressione, familiarità per tumori correlati, altre infezioni, uso prolungato di contraccettivi orali e una dieta povera di frutta e verdura.

Diagnosi, trattamento e l’importanza della prevenzione

Questo tumore può rimanere silente per lungo tempo o manifestarsi con sintomi locali come sanguinamenti anomali, secrezioni, dolori mestruali e dolore durante i rapporti sessuali. Tuttavia, spesso i sintomi specifici si presentano solo in fase avanzata della malattia, con problemi legati alla compressione degli organi vicini, come disturbi urinari, stitichezza, e dolore al retto. Per questo motivo, la diagnosi precoce è una delle strategie più efficaci nella prevenzione del tumore del collo dell’utero ed è fondamentale per migliorarne la prognosi. In effetti, la diffusione dei programmi di screening, programmi di sanità pubblica che prevedono l’esecuzione di esami specifici per individuare precocemente lesioni pre-cancerose della cervice uterina, trattandole prima che evolvano in tumori, ha contribuito significativamente alla riduzione dell’incidenza e mortalità di questa neoplasia. In particolare, la prevenzione secondaria del tumore del collo dell’utero si basa sul Pap test, un esame citologico in cui vengono analizzate le cellule della zona di transizione della cervice uterina, prelevate durante una visita ginecologica, al fine di individuare eventuali alterazioni. L’esame, semplice, veloce e praticamente indolore, si esegue prelevando le cellule di questa zona tramite una spatola; successivamente, il campione raccolto viene analizzato in laboratorio con specifiche colorazioni e un attento esame computerizzato.

In caso di Pap test positivo, si eseguono ulteriori esami, come il test HPV che, attraverso tecniche molecolari, mira a rilevare la presenza nella cervice uterina l’eventuale presenza di materiale genetico di papilloma virus, chiarendo quindi se vi è effettivamente un’infezione da HPV, inviduandone anche il genotipo. In caso di risultato ancora una volta positivo, si procede con una colposcopia, un esame minimamente invasivo che permette di visualizzare in maniera dettagliata e prelevare tessuto sospetto dalla cervice uterina per eseguire una biopsia. In base ai risultati, si decide il trattamento: in particolare, se si conferma la presenza di un tumore del collo dell’utero, si effettuano ulteriori esami per determinarne lo stadio; il trattamento varia in base alla gravità e può includere chirurgia, chemioterapia e radioterapia. Tuttavia, grazie ai programmi di screening e al pap test, è sempre più probabile ricevere per questo tipo di tumore una diagnosi precoce, che consente di trattarlo con procedure meno invasive e con esiti nettamente più favorevoli. Il Pap test viene proposto a donne sane come test di screening a partire dai 25 anni o dall’inizio dell’attività sessuale, e ripetuto con cadenza di 3-5 anni. Dalla sua introduzione, infatti, il Pap test ha contribuito significativamente a ridurre la mortalità dovuta al tumore del collo dell’utero. Come riporta l’Istituto superiore di sanità, in Italia, l’esecuzione del pap test ha consentito di ridurre notevolmente il numero di nuovi casi di tumore della cervice uterina e di far scendere la mortalità a circa 2 decessi annui ogni 100.000 donne. Invece, nei paesi in via di sviluppo, dove non esistono tali programmi di screening, si registrano in media 25 morti annue ogni 100.000 donne (ecco perché i dati epidemiologici globali non collimano con quelli italiani e dei paesi industrializzati in cui vi sono i programmi di screening).

Come ricorda il ministero della Salute, oltre alla diagnosi precoce è importante considerare che per il tumore della cervice uterina esiste una prevenzione primaria rappresentata dai vaccini anti HPV, offerti gratuitamente a uomini e donne dai 12 ai 26 anni. In particolare, sono disponibili vari tipi di vaccini, dal bivalente (per sierotipi 16 e 18) al tetravalente (sierotipi 6, 11, 16 e 18), fino al nonavalente di ultima generazione (sierotipi 6, 11, 16, 18, 31, 33, 45, 52 e 58), in grado di prevenire le infezioni dei genotipi di HPV responsabili dell’insorgenza dei condilomi e dei tumori maligni. Dal 2010 nel nostro Paese è raccomandata la vaccinazione contro HPV per le ragazze a partire dai 12 anni per prevenire il carcinoma della cervice uterina e recentemente tale raccomandazione è stata estesa anche ai ragazzi, per prevenire condilomi e carcinomi del pene, ano e oro-faringe. Nonostante sia stata implementata piuttosto recentemente, la vaccinazione contro l’HPV ha dimostrato efficacia l’efficacia nel prevenire infezioni, condilomi (verruche genitali) tumori alla cervice uterina e i tumori anali si aggira intorno al 90% anche superiore in alcuni casi, come sembrano suggerire le analisi più recenti sul tema, da confermare con follow-up più lunghi, anche in donne fino a 45 anni e in chi ha già ricevuto trattamenti per lesioni pre-neoplastiche, e con. Per esempio, una recente ricerca scozzese ha esaminato l’impatto del vaccino bivalente contro l’HPV, analizzando dati di screening, vaccinazione e condizioni socioeconomiche su donne nate tra il 1988 e il 1996. I risultati hanno mostrato che nessun caso di cancro invasivo si è verificato tra le donne vaccinate a 12-13 anni, indipendentemente dal numero di dosi di vaccino ricevute. Tra le donne vaccinate tra 14 e 22 anni con tre dosi, l’incidenza del cancro è stata significativamente ridotta rispetto alle non vaccinate. Tuttavia, l’incidenza era più alta tra le donne delle aree più povere, anche se il vaccino ha ridotto il rischio in queste aree dopo tre dosi. Lo studio conferma l’efficacia del vaccino bivalente nel prevenire il cancro cervicale, con protezione significativa anche con una o due dosi somministrate a 12-13 anni, e con tre dosi necessarie per una protezione completa in età più avanzata. Introdotta in oltre 100 paesi, la vaccinazione HPV è centrale nella strategia globale dell’OMS per ridurre drasticamente l’insorgenza di questo tumore; essa, insieme alla prevenzione secondaria data dall’adesione ai programmi di screening, promette di eliminare il tumore del collo dell’utero.

Nonostante l’introduzione relativamente recente, la vaccinazione contro l’HPV ha già dimostrato un’efficacia notevole nel prevenire infezioni, condilomi genitali, tumori della cervice uterina e tumori anali, con una protezione che supera il 90% in molti casi. Le analisi più recenti indicano che l’efficacia si estende anche a donne fino a 45 anni e a chi ha già ricevuto trattamenti per lesioni pre-neoplastiche, mentre ulteriori studi sono al vaglio della comunità scientifica per trovare nuove evidenze a supporto di queste osservazioni. Per esempio, una recente ricerca scozzese ha esaminato l’impatto del vaccino bivalente contro l’HPV, analizzando dati di screening, vaccinazione e condizioni socioeconomiche su donne nate tra il 1988 e il 1996. Secondo i risultati dello studio, nessun caso di cancro invasivo si è verificato tra le donne vaccinate a 12-13 anni, indipendentemente dal numero di dosi ricevute. Tra le donne vaccinate tra 14 e 22 anni con tre dosi, l’incidenza del cancro è stata notevolmente ridotta rispetto alle non vaccinate e, sebbene l’incidenza fosse più alta nelle donne provenienti da aree svantaggiate, il vaccino ha comunque dimostrato di ridurre significativamente il rischio di insorgenza di cancro. In sostanza, questo studio conferma l’efficacia del vaccino bivalente nella prevenzione del cancro del collo dell’utero, con protezione significativa già con una o due dosi somministrate a 12-13 anni e tre dosi necessarie per una protezione completa in età più avanzata. Per questi motivi, la vaccinazione contro HPV, adottata in oltre 100 paesi, è un pilastro della strategia globale dell’Organizzazione mondiale della sanità per ridurre drasticamente l’incidenza del tumore della cervice uterina, dimostrandosi un valido alleato, insieme agli screening, nell’eliminazione di questo tumore.

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