Di Chiara Di Lucente

rientro vacanze

Una quindicina di anni fa, una serie di famosi spot di una compagnia di crociere ritraevano persone di ogni età che, immerse nella loro routine quotidiana tra studio, lavoro e impegni, scoppiavano all’improvviso in un pianto inconsolabile. Il motivo di tale sconforto, una volta rivelato, risultava evidente: erano appena rientrati dalla loro vacanza da sogno! Lo sappiamo, la pubblicità può esagerare le reazioni emotive, ma spesso trae ispirazione da esperienze reali e ampiamente condivise. Del resto, a chi non è mai successo, dopo le ferie, di riapprodare alla vita di tutti i giorni senza energie, con lo stress che torna a pungolare fin troppo rapidamente, al punto di avvertire maggiore stanchezza di prima o sentire di aver vanificato i benefici della vacanza stessa? Nell’articolo di oggi affrontiamo il fenomeno della cosiddetta sindrom I dati disponibili all’epoca erano tuttavia troppo pochi per stabilire con precisione quando iniziasse il declino e quanto tempo servisse davvero per tornare ai livelli precedenti alla vacanza. Da qui si è diffusa l’idea che le ferie facciano sì bene, ma solo per pochissimo. e da rientro (o post-vacation blues): analizzeremo in cosa consiste, ma soprattutto se esiste davvero a livello scientifico, come si manifesta e i rimedi più efficaci per gestirla.

La parabola dell’effetto vacanze e il rientro

Prima di tutto, parlare di sindrome è improprio: non si tratta, infatti, di un disturbo medico riconosciuto dai sistemi diagnostici utilizzati per classificare le malattie (né dal DSM-5, specifico per la salute mentale, né dall’ICD-11, codificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che classifica tutte le malattie che colpiscono gli esseri umani). I sintomi riferiti da diverse fonti divulgative sono aspecifici: stanchezza, irritabilità, umore deflesso, difficoltà di concentrazione, apatia, disturbi del sonno, talvolta mal di testa e disturbi digestivi, che si esauriscono nel giro di qualche settimana. Questo non vuol dire che le percezioni di molte persone siano erronee o che chi lamenta uno stato di malessere al rientro delle vacanze si stia inventando tutto: piuttosto, il fenomeno più vicino studiato dalla psicologia del lavoro è il cosiddetto vacation effect fade-out, ovvero lo svanimento dell’effetto vacanza, cioè la progressiva attenuazione dei benefici delle ferie dopo il ritorno al lavoro. Gli studi più recenti distinguono in realtà diverse fasi: il vacation effect, cioè il cambiamento del benessere tra prima e durante la vacanza; il return effect, ovvero ciò che accade passando dalla vacanza al rientro; l’after effect, che confronta il benessere prima delle ferie con quello subito dopo; e infine il fade-out, il cambiamento che continua a verificarsi nelle settimane successive.

Il modo più efficace per raccontare questo fenomeno, è probabilmente guardare un po’ di numeri. Una delle prime meta-analisi (ovvero quel tipo di studio che raccoglie una gran quantità di ricerche scientifiche, combinandole quantitativamente allo scopo di fornire evidenze molto solide su un argomento) al riguardo, pubblicata nel 2009, ha analizzato sette studi sugli effetti delle vacanze e della fine di esse su lavoratrici e lavoratori, trovando che il periodo di ferie aveva un modesto effetto positivo sulla soddisfazione legata alla vita e su salute mentale e fisica. Un dato interessante è che, mentre l’effetto sulla soddisfazione, a detta di chi ha scritto lo studio, si potesse ritenere di piccola entità, l’effetto su esaurimento e disturbi di salute era più marcato; in altre parole, secondo questo studio, gli effetti positivi della vacanza si riscontravano maggiormente proprio sull’area della vita legata a salute e benessere. E quando la vacanza finiva? Per studiare il fade-out, tuttavia, la meta-analisi disponeva soltanto di quattro studi che avevano effettuato due misurazioni dopo il rientro, a una distanza complessivamente compresa tra circa due e quattro settimane. I dati mostravano una diminuzione del benessere nel tempo, ma erano troppo pochi per stabilire con precisione quando iniziasse il declino e quanto tempo servisse davvero per tornare ai livelli precedenti alla vacanza.

Il quadro diventa più completo nel 2025, quando una nuova meta-analisi, che ha preso in considerazione ben 32 studi sull’argomento, ha portato nuove evidenze. Durante la vacanza il miglioramento del benessere documentato è ampio, maggiore dell’85% degli effetti misurati da studi in scienze organizzative usati come riferimento, mentre al rientro si registra un calo di media entità, che comunque porta, tra prima e dopo la vacanza, un guadagno di benessere, seppur contenuto. Infine il fade-out, la discesa che continua nelle settimane successive, risulta meno intensa e meno rapida di quanto stimato nel 2009. Insomma, sottolinea chi ha firmato la meta-analisi “in passato si riteneva che le vacanze apportassero solo benefici modesti al benessere dei dipendenti, che svanivano rapidamente. I nostri risultati suggeriscono che il benessere migliora notevolmente dal periodo precedente alla vacanza a quello durante la vacanza stessa, e che questi effetti permangono, sebbene a livelli inferiori, anche dopo la fine della vacanza e sembrano mantenersi, almeno in una certa misura, per alcune settimane”. La sensazione che “sia bastato tornare al lavoro per annullare tutto”, quindi, può essere molto reale. Ma i dati raccontano una storia leggermente diversa: una parte del beneficio tende a conservarsi per alcune settimane.

Perché succede e come sopravvivere al rientro 

Buona parte degli studi concorda su questo – e, al di là dei dati, anche l’esperienza ce lo conferma: la sensazione di crollare subito dopo la fine delle ferie o di tornare al punto di partenza dopo qualche giorno in ufficio sembrerebbe dipendere in buona parte dal modo in cui si torna a lavoro. Per esempio, uno studio condotto in Germania sui livelli di esaurimento emotivo di oltre 100 insegnanti, ha evidenziato come un carico di lavoro elevato e la sensazione di avere troppo poco tempo per svolgerlo incidesse in modo significativo sul mancato recupero dopo le ferie, favorendo un ritorno più rapido ai livelli di esaurimento pre-vacanza. Questo non significa che esista una formula precisa per il “rientro perfetto”, ma suggerisce qualcosa di più concreto: se torniamo dalle ferie direttamente dentro una montagna di scadenze, riunioni e arretrati, è probabile che le risorse recuperate vengano consumate più rapidamente. Per questo, diverse fonti suggeriscono, se possibile, di evitare di concentrare tutto nei primissimi giorni, dedicando il rientro prima di tutto a ricostruire priorità e ritmo di lavoro.

Anche ciò che accade durante le ferie sembra avere importanza. La meta-analisi del 2025 ha misurato non solo la durata dei benefici, ma i fattori che possono influenzare l’effetto vacanza e la sua scomparsa: tra questi, il distacco psicologico dal lavoro è stato uno dei principali discriminanti associati al benessere, sia durante sia dopo la vacanza. Riuscire a smettere davvero di pensare alle richieste lavorative, infatti, era associato a un maggiore benessere sia durante la vacanza sia dopo il ritorno. Come si legge nello studio, “mentre le pause più brevi, come una serata infrasettimanale, potrebbero non impedire del tutto che i pensieri legati al lavoro riaffiorino, le vacanze più lunghe consentono un distacco più profondo e duraturo, favorendo un miglior recupero”. Non solo: tra le attività analizzate dalla stessa meta-analisi, l’attività fisica mostrava l’associazione più forte con il benessere durante la vacanza, seguita dalle attività sociali. Anche qui attenzione: questo non vuol dire che esiste un solo modo di “fare bene le ferie”. Per esempio, un altro studio, condotto su persone che trascorrevano in vacanza in media 23 giorni, ha trovato associazioni particolarmente forti tra il miglioramento del benessere e il piacere ricavato dalle attività, il rilassamento, la capacità di assaporare le esperienze positive e la possibilità di decidere autonomamente come utilizzare il proprio tempo. In altre parole, non conta soltanto cosa facciamo: conta molto anche come viviamo ciò che facciamo. Infine, anche il sonno potrebbe contribuire al recupero: nello stesso studio sulle vacanze lunghe, le persone dormivano in media più a lungo durante le ferie rispetto al periodo precedente, e sia la durata sia la qualità del sonno erano associate a un maggiore benessere, soprattutto durante la vacanza.

Insomma: le vacanze fanno bene, ma un un rientro senza particolari accorgimenti e una vita lavorativa troppo carica e stressante rischiano di vanificare i benefici in tempo zero. Come si fa, quindi, a sopravvivere al rientro? Lo abbiamo già sottolineato, le strategie più coerenti con le evidenze finora disponibili sono piuttosto scontate (da elencare, il discorso cambia nel momento in cui vogliamo metterle in atto): riuscire per quanto possibile a distaccarsi mentalmente dal lavoro, muoversi, scegliere attività che procurino piacere e sulle quali si abbia una certa autonomia, proteggere il sonno e non rendere il rientro inutilmente sovraccarico. E, forse, smettere di chiedere a una singola vacanza di compensare mesi interi di stress senza pause: diverse fonti, infatti, indicano come potrebbe essere utile, al posto di una singola, lunga vacanza annuale, pianificare vacanze più brevi, ma più frequenti. Sembra, infatti, che la durata di una singola vacanza non determini in maniera significativa il grado di intensità o la persistenza dei benefici dopo il rientro e, se questi sono destinati a svanire, vale la pena distribuire pause brevi (da una settimana o pochi giorni) in maniera uniforme, durante tutto l’anno. Al rientro, dedicare attivamente le sere e i fine settimana ad attività rilassanti  (come fare passeggiate, ascoltare musica, fare bagni caldi o praticare tecniche meditative e/o di rilassamento) rallenta in modo significativo il declino del benessere e preserva l’impegno lavorativo.  

Come si fa, quindi, a sopravvivere al rientro? Le strategie più coerenti con le evidenze finora disponibili sono piuttosto semplici sulla carta, anche se il discorso cambia quando vogliamo metterle davvero in atto: riuscire per quanto possibile a distaccarsi mentalmente dal lavoro, muoversi, scegliere attività che procurino piacere e sulle quali si abbia una certa autonomia, proteggere il sonno e non rendere il rientro inutilmente sovraccarico. E, forse, dovremmo anche smettere di chiedere a una singola vacanza di compensare mesi interi di stress senza pause. In particolare, alcuni studi suggeriscono che distribuire più periodi di recupero nel corso dell’anno possa essere utile, anziché concentrare tutte le ferie in un’unica occasione. Uno studio sulla felicità prima e dopo le vacanze, per esempio, non aveva trovato un’associazione tra durata della vacanza e felicità dopo il ritorno, portando gli autori a ipotizzare un possibile vantaggio di più pause brevi distribuite nel corso dell’anno. Le evidenze più recenti, tuttavia, rendono il quadro più complesso e non indicano una durata ideale delle ferie. La meta-analisi del 2025 ha infatti rilevato che le vacanze più lunghe erano associate a un miglioramento maggiore del benessere durante le ferie e subito dopo, ma anche a un calo più marcato al rientro e a un fade-out più rapido. Una strategia, quindi, potrebbe essere garantirsi occasioni di recupero sufficienti e ricorrenti nel corso dell’anno, che siano vacanze piuttosto lunghe o pause più brevi. E il recupero non finisce necessariamente quando si torna in ufficio: nello studio sugli insegnanti tedeschi, riuscire a vivere momenti di reale rilassamento (con attività come  fare una passeggiata, ascoltare musica, fare un bagno o praticare tecniche di meditazione e rilassamento) nelle sere e nei fine settimana dopo il rientro era associato a un ritorno più lento dell’esaurimento emotivo. In fondo, che gli effetti di una vacanza siano destinati prima o poi ad attenuarsi non significa che le ferie non funzionino. Come osservavano già gli autori di uno studio olandese pubblicato nel 2012, chiedersi perché andare in vacanza se poi torniamo nuovamente stanchi è un po’ come chiedersi perché dormire, visto che la sera successiva avremo di nuovo sonno.

Fonti:

  • https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2022/09/10/la-sindrome-da-rientro-cose-e-quanto-influisce-laumento-di-peso-in-vacanza2kg-in-piu-ne-raddoppiano-la-durata_a5316599-1c87-4697-b639-deec9897e99e.html
  • de Bloom, J., Geurts, S. A. E., & Kompier, M. A. J. (2013). Vacation (after-)effects on employee health and well-being, and the role of vacation activities, experiences and sleep. Journal of Happiness Studies, 14(2), 613–633. https://doi.org/10.1007/s10902-012-9345-3

  • de Bloom, J., Kompier, M., Geurts, S., de Weerth, C., Taris, T., & Sonnentag, S. (2009). Do we recover from vacation? Meta-analysis of vacation effects on health and well-being. Journal of Occupational Health, 51(1), 13–25. https://doi.org/10.1539/joh.K8004

  • Grant, R. S., Buchanan, B. E., & Shockley, K. M. (2025). I need a vacation: A meta-analysis of vacation and employee well-being. Journal of Applied Psychology, 110(7), 887–905. https://doi.org/10.1037/apl0001262

  • Kühnel, J., & Sonnentag, S. (2011). How long do you benefit from vacation? A closer look at the fade-out of vacation effects. Journal of Organizational Behavior, 32(1), 125–143. https://doi.org/10.1002/job.699

  • Nawijn, J., Marchand, M. A., Veenhoven, R., & Vingerhoets, A. J. (2010). Vacationers happier, but most not happier after a holiday. Applied Research in Quality of Life, 5(1), 35–47.