Di Chiara Di Lucente

Settembre vuol dire soprattutto una cosa: ritorno alla quotidianità e, per le famiglie, rientro a scuola di grandi e piccoli. In alcune regioni italiane le vacanze sono già finite, in altre sono agli sgoccioli, ma entro il 17 settembre quasi 8 milioni di studentesse e studenti saranno tornati sui banchi. Con la ripresa della scuola e l’autunno alle porte, però, si avvicina anche il periodo dei malanni di stagione: già nelle prime settimane gli ambulatori pediatrici cominciano a riempirsi. Naso che cola, febbre, compagni di classe che si ammalano uno dopo l’altro: è uno scenario noto a moltissime famiglie italiane, e destinato a ripetersi nei mesi successivi. Ogni anno, così, tornano le stesse domande: perché bambini e ragazzi si ammalano così spesso proprio in questo periodo? È possibile ridurre il rischio di contagio?
Partiamo subito facendo chiarezza su alcuni falsi miti ancora profondamente radicati e che rischiano di alimentare la disinformazione su questo tema. Uno dei più classici riguarda il freddo. “Copriti, altrimenti prendi il raffreddore” è una frase che generazioni di bambini si sono sentite ripetere, ma per contrarre un’infezione respiratoria serve innanzitutto entrare in contatto con un virus. Questo non significa, però, che temperatura e stagione non contino affatto: temperatura e umidità possono influenzare la stabilità e la trasmissione di diversi virus respiratori e possono incidere sulle difese delle nostre vie aeree. Non solo. Durante l’autunno cambiano anche i nostri comportamenti: trascorriamo più tempo in ambienti chiusi e aumentano i contatti ravvicinati. La riapertura delle scuole rappresenta proprio uno di questi cambiamenti. Dopo due mesi trascorsi più spesso all’aperto e in gruppi relativamente piccoli, milioni di bambini e ragazzi tornano infatti a passare cinque o sei ore al giorno insieme, in aule e spazi chiusi. È una situazione particolarmente favorevole alla circolazione dei virus respiratori, dal comune raffreddore all’influenza. Scuole, asili e altri ambienti frequentati da molti bambini possono quindi funzionare come veri e propri amplificatori della trasmissione. Non tutti i virus respiratori, però, seguono lo stesso calendario: i rhinovirus presentano tipicamente un picco in autunno, mentre influenza e virus respiratorio sinciziale tendono a circolare maggiormente nei mesi successivi.
Raffreddori, influenze e altri virus respiratori: un po’ di chiarezza
Ma di quali agenti infettivi stiamo parlando, nel dettaglio? Nel linguaggio comune siamo abituati a chiamare “influenza” quasi tutto ciò che provoca febbre, tosse, raffreddore e malessere generale. In realtà, dietro sintomi molto simili possono nascondersi virus diversi. Lo mostrano bene i dati della sorveglianza RespiVirNet dell’Istituto Superiore di Sanità. Nella stagione 2024-2025 le sindromi simil-influenzali hanno interessato, secondo le stime della sorveglianza epidemiologica, il 27,7% della popolazione italiana, per un totale di circa 16,1 milioni di casi. A essere colpiti più frequentemente sono stati proprio bambini e ragazzi, con un’incidenza che diminuisce progressivamente all’aumentare dell’età: 65% nella fascia 0-4 anni, 31,5% tra i 5 e i 14 anni, 28,2% tra i 15 e i 64 anni e 16,3% negli over 65. Ma c’è un altro dato particolarmente interessante: i sintomi registrati nel corso della stagione sono stati infatti associati a numerosi virus respiratori diversi, non solo all’influenza. Dei 59.674 campioni clinici analizzati nell’ambito della sorveglianza virologica, infatti, il 23% è risultato positivo a un virus influenzale. Accanto all’influenza, però, sono circolati ampiamente anche rhinovirus (9,8%), virus respiratorio sinciziale o VRS (8,1%), metapneumovirus (3,2%), coronavirus umani diversi da SARS-CoV-2 (3%), adenovirus (2,6%) e SARS-CoV-2 (2,1%).
Insomma, dietro sintomi apparentemente molto simili possono esserci agenti infettivi differenti. Vediamo alcuni dei più comuni.
- Rhinovirus, ovvero i principali responsabili del comune raffreddore: circa la metà dei casi è causata da uno degli oltre cento sierotipi conosciuti. Questa enorme varietà aiuta a capire perché non esista un vaccino contro il raffreddore e perché averlo avuto una volta non significhi essere immuni dalle infezioni successive. Dopo un’incubazione di circa 24-72 ore, i sintomi tendono a risolversi nell’arco di una decina di giorni, anche se la tosse può persistere più a lungo.
- Virus respiratorio sinciziale (VRS). Qui il discorso cambia soprattutto quando si parla dei bambini più piccoli: nei lattanti, infatti, il VRS può provocare bronchiolite e rappresenta una delle principali cause di ricovero per infezioni respiratorie nel primo anno di vita. Nei bambini più grandi e negli adulti, invece, l’infezione provoca spesso sintomi molto più lievi, simili a quelli di un comune raffreddore. Ed è anche per questo che il virus riesce a circolare facilmente all’interno delle famiglie: chi lo trasmette può non rendersi conto di averlo contratto.
- Virus parainfluenzali: il nome può trarre in inganno, ma non si tratta del virus dell’influenza. Ne esistono diversi tipi e alcuni hanno un ruolo importante soprattutto nei bambini. I tipi 1 e 2, per esempio, sono frequentemente associati alla laringotracheobronchite, meglio conosciuta come croup, caratterizzata dalla tipica tosse “abbaiante”; il tipo 3 può invece provocare infezioni delle basse vie respiratorie, in particolare nei più piccoli.
- Virus influenzali A e B: sono i responsabili dell’influenza vera e propria e tendono a circolare soprattutto nei mesi più freddi, con un aumento dei casi tra la fine dell’autunno e l’inverno. Possono provocare un esordio improvviso con febbre alta, stanchezza marcata, dolori muscolari, mal di testa e sintomi respiratori. È contro questi virus che viene aggiornato e somministrato ogni anno il vaccino antinfluenzale.
- Gli altri virus respiratori. Metapneumovirus umano, adenovirus, coronavirus stagionali e – ovviamente – SARS-CoV-2 completano un panorama molto più affollato di quanto possa sembrare quando diciamo semplicemente “influenza”. Alcuni possono provocare quadri praticamente indistinguibili sulla sola base dei sintomi, altri tendono ad avere caratteristiche più riconoscibili, ma le sovrapposizioni restano molte.
Come proteggersi dalle infezioni
Non esiste una strategia capace di impedire completamente ai bambini di contrarre infezioni respiratorie durante l’anno scolastico. Esistono però strumenti che possono ridurne il rischio o, nel caso di alcune infezioni, soprattutto il rischio di malattia grave. Per l’influenza, la vaccinazione rappresenta lo strumento di prevenzione specifica più importante. Per la stagione 2026-2027 il Ministero della Salute indica il vaccino antinfluenzale a partire dai sei mesi di vita e include i bambini tra i sei mesi e i sei anni tra i principali destinatari dell’offerta vaccinale stagionale, insieme alle persone che presentano condizioni associate a un maggior rischio di complicanze. Per il virus respiratorio sinciziale sono oggi disponibili diverse strategie di immunizzazione. Tra queste c’è nirsevimab, un anticorpo monoclonale a lunga durata d’azione destinato alla protezione dei neonati e dei lattanti: a differenza di un vaccino, non induce l’organismo a produrre autonomamente gli anticorpi, ma fornisce direttamente anticorpi specifici contro il VRS. È disponibile inoltre un vaccino contro il VRS somministrabile in gravidanza con l’obiettivo di trasferire al neonato una protezione passiva nei primi mesi di vita. Ci sono infine le misure quotidiane, che abbiamo imparato a conoscere bene con la pandemia di Covid-19. L’igiene delle mani può contribuire a ridurre la diffusione delle infezioni respiratorie, anche se non può evitarle del tutto. È utile anche curare l’igiene respiratoria (tossire e starnutire nel gomito o in un fazzoletto) e favorire il ricambio dell’aria negli ambienti chiusi. Una delle misure più semplici resta inoltre evitare, per quanto possibile, di esporre gli altri quando si è malati: un bambino con febbre o una sintomatologia respiratoria importante non dovrebbe essere mandato a scuola soltanto per “non perdere giorni”. Restare a casa quando si è malati permette al bambino di recuperare e riduce le occasioni di trasmettere l’infezione ai compagni.
Fonti:
- Istituto Superiore di Sanità — EpiCentro, Rapporti della sorveglianza integrata RespiVirNet
- Ministero della Salute, Circolare 23 giugno 2026 — Prevenzione e controllo dell’influenza: raccomandazioni per la stagione 2026-2027
- Società Italiana di Pediatria, Pubblicata la Circolare del Ministero della Salute sulla prevenzione e il controllo dell’influenza per la stagione 2026-2027
- SIP-SIN, Virus respiratorio sinciziale: raccomandazioni unificate per la profilassi con nirsevimab
- Jefferson T. et al., Physical interventions to interrupt or reduce the spread of respiratory viruses, Cochrane Database of Systematic Reviews, 2023
- https://www.msdmanuals.com/it/professionale/malattie-infettive/virus-respiratori/raffreddore-comune