Di Chiara Di Lucente

Da sempre, le persone anziane sono considerate custodi dei ricordi. Un legame profondo unisce la terza età alla memoria, sia quella personale, i cui ricordi ripercorrono il filo di una vita, sia quella collettiva, in cui gli anziani sono i detentori delle storie che ci legano alle generazioni che ci hanno preceduto. Ma è proprio questa fase della vita, la vecchiaia, quella in cui compaiono con maggiore frequenza le demenze, un insieme di patologie che colpiscono le funzioni cerebrali e che spesso iniziano a manifestarsi proprio con un peggioramento della memoria. Demenza è un termine generico per diverse malattie che colpiscono le funzioni cognitive (tra cui la memoria) e il comportamento e che interferiscono in modo significativo con la capacità di una persona di mantenere le proprie attività quotidiane. Una condizione che avanza nel tempo, che colpisce soprattutto gli anziani, ma che non è una compagna inevitabile dell’invecchiamento, ma anzi, per cui si può fare tanto in termini di prevenzione. La demenza porta con sé un carico significativo, che investe la sfera fisica, psicologica, sociale ed economica di chi ne è colpito, e che si estende al di là del singolo individuo, coinvolgendo chi lo assiste, la sua famiglia, l’intera società. E troppo spesso, la scarsa consapevolezza e comprensione di queste condizioni generano stigma, creando ostacoli alla diagnosi e all’accesso ai trattamenti disponibili. Ecco perché è importante parlarne.
Cosa sono le demenze e un po’ di numeri
Il termine demenza indica una condizione clinica complessa, solitamente cronica e degenerativa (che tende quindi a peggiorare con il tempo), che è caratterizzata da un deterioramento delle funzioni cognitive che va oltre il normale processo di invecchiamento. In particolare, essa può essere causata da una serie di malattie (di natura cronico-degenerativa, vascolare, metabolica o infiammatoria) che nel tempo distruggono le cellule nervose e danneggiano il cervello, portando tipicamente a un peggioramento delle funzioni cognitive – come memoria, pensiero, linguaggio, funzioni esecutive, astrazione. Mentre la coscienza non è interessata, il deterioramento delle funzioni cognitive è comunemente accompagnato, e occasionalmente preceduto, da cambiamenti a livello dell’umore, del controllo emotivo, del comportamento o della motivazione. Trattandosi di malattie degenerative, le demenze si manifestano con deficit cognitivi progressivi, con perdita dell’autonomia fino alla completa dipendenza dagli altri: questo fa sì che esse siano una delle maggiori cause di disabilità a livello globale. Tra le diverse forme di demenza, il morbo di Alzheimer è la più comune, rappresentando il 60-70% dei casi. Altre tipologie includono la demenza vascolare, la demenza con corpi di Lewy (caratterizzata da depositi anomali di proteine nelle cellule nervose) e le demenze frontotemporali, causate dalla degenerazione del lobo frontale del cervello. La demenza può anche insorgere in seguito a un ictus o a determinate infezioni, come l’HIV, oppure essere associata all’abuso di alcol, a traumi cerebrali ripetuti o a carenze nutrizionali. In molti casi, le diverse forme di demenza coesistono, dando origine a quadri clinici misti, rendendo ancora più complessa la diagnosi e la gestione della malattia. Come riporta il ministero della Salute, le attuali classificazioni internazionali hanno introdotto delle specifiche definizioni che sostituiscono il termine “demenza” e introducono la definizione di Disturbo Neurocognitivo (Neurocognitive Disorder-NCD), distinto in un Disturbo Neurocognitivo Maggiore (Major NCD) ed in un Disturbo Neurocognitivo Minore (Minor NCD). Altre classificazioni hanno introdotto anche la definizione di Mild Cognitive Impairment (MCI), come una condizione clinica di deficit cognitivo lieve in cui resta integra l’autosufficienza della persona nelle attività della vita. Non tutte le persone con MCI svilupperanno la demenza: in molti casi i sintomi possono rimanere stabili per anni o persino regredire. Per confermare la diagnosi di MCI, è essenziale escludere altre condizioni mediche che potrebbero causare un declino cognitivo, come patologie metaboliche o vascolari. La diagnosi di demenza è essenzialmente clinica, basata su esami neuropsicologici approfonditi e criteri diagnostici internazionali, supportata da indagini neuroradiologiche e analisi del sangue. Qualora gli esiti di questi esami siano positivi, sarà diagnosticata una demenza con causa probabile (per esempio, una demenza dovuta all’Alzheimer): la diagnosi definitiva si può ottenere solo con analisi post-mortem.
Ma quindi, perché è così importante parlare di queste condizioni? La demenza è considerata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una priorità di salute pubblica a livello globale, complice anche il progressivo invecchiamento della popolazione. Attualmente, la demenza rappresenta la settima causa di morte nel mondo ed è tra le principali cause di disabilità e dipendenza nella popolazione anziana. Oggi, più di 55 milioni di persone nel mondo ne sono affette, con oltre il 60% dei casi concentrati in paesi a basso e medio reddito. In particolare, a livello globale, si calcola che circa 3,9 milioni di persone tra i 30 e i 64 anni siano affette da demenza, mentre tra gli over 60 si stimano circa 59 milioni di casi di MCI. Ogni anno si registrano quasi 10 milioni di nuovi casi e le proiezioni per il futuro sono allarmanti: secondo il Global Burden of Diseases, Injuries, and Risk Factors Study (GBD), entro il 2050, il numero di persone con demenza potrebbe superare i 150 milioni. E in Italia? Secondo i dati ISTAT del 2023, nel nostro Paese si contano circa 1.126.961 casi di demenza tra gli over 65 e 23.730 casi di demenza giovanile (35-64 anni). Le persone con MCI sarebbero circa 952.101. Complessivamente, le demenze coinvolgono circa 6 milioni di persone in Italia, considerando anche i familiari che assistono chi ne è affetto (in media 2,3 membri per nucleo familiare). Qui tocchiamo un punto importante relativo alle demenze: quello dei caregiver, ovvero le persone che si prendono cura di chi è affetto da queste condizioni. Secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2019 il costo globale della demenza ha raggiunto 1,3 trilioni di dollari, di cui circa il 50% legato all’assistenza fornita da familiari e amici, che dedicano in media 5 ore al giorno alla cura dei malati. In particolare, le donne sono particolarmente colpite dalle demenze, sia direttamente che indirettamente: non solo hanno un rischio più elevato di sviluppare questo tipo di malattie, ma rappresentano anche il 70% di chi si prende cura delle persone affette.
Fattori di rischio e sintomi
Sebbene sia più comune con l’avanzare dell’età, lo abbiamo già sottolineato, la demenza non è una condizione inevitabile. Esistono infatti fattori di rischio che aumentano la probabilità di svilupparla e fattori protettivi che, al contrario, ne riducono l’incidenza. Entrambi possono essere classificati in due categorie: modificabili e non modificabili.
Tra i fattori di rischio non modificabili vi sono:
- Età e sesso: la demenza colpisce prevalentemente gli anziani e, in alcuni tipi come l’Alzheimer, interessa maggiormente le donne.
- Ereditarietà: sebbene in alcune famiglie possano verificarsi più casi di demenza, solo l’1-2% è attribuibile a una predisposizione genetica.
D’altro canto, i cosiddetti fattori di rischio modificabili, e quindi legati allo stile di vita, comprendono:
- Sedentarietà
- Fumo di sigaretta
- Consumo eccessivo di alcol
- Inquinamento atmosferico
- Traumi cranici
- Pochi contatti sociali
- Scarsa istruzione
- Obesità
- Ipertensione
- Diabete
- Depressione
- Ipoacusia
- Ipercolesterolemia
- Perdita della vista
Questi fattori non agiscono isolatamente, ma interagiscono tra loro nel determinare il rischio di demenza: non è detto che causino direttamente l’insorgenza di queste condizioni, ma la loro presenza contribuisce ad aumentarne la probabilità. Secondo la Lancet Commission, adottare stili di vita salutari può ridurre significativamente il rischio di sviluppare queste malattie, anche in età avanzata. Ecco perché in questi casi la prevenzione è fondamentale.
La demenza colpisce ogni persona in modo diverso, a seconda delle cause sottostanti, di altre condizioni di salute e delle funzioni cognitive prima di ammalarsi; i sintomi della demenza tendono a peggiorare progressivamente e, nella maggior parte dei casi, le persone colpite finiscono per aver bisogno di assistenza nelle attività quotidiane. In realtà, però, i primi segni e sintomi potrebbero essere scambiati per semplici dimenticanze, da imputare a stanchezza e stress, come dimenticare eventi recenti, perdere le cose, sentirsi confusi, avere difficoltà nel risolvere problemi. I sintomi legati all’umore e al comportamento, invece, includono cambiamenti di personalità o comportamento inappropriato, sentirsi ansiosi, tristi o arrabbiati, ritiro dal lavoro o dalle attività sociali, essere meno interessati alle emozioni degli altri. La maggior parte dei sintomi peggiora nel tempo, mentre altri potrebbero scomparire o manifestarsi solo nelle fasi avanzate della demenza. Le persone con demenza potrebbero non essere in grado di riconoscere familiari o amici, sviluppare difficoltà a muoversi, perdere il controllo della vescica e dell’intestino, avere difficoltà a mangiare e bere e sperimentare cambiamenti comportamentali che sono angoscianti per la persona con demenza e per coloro che le stanno intorno.
Cura e prevenzione
Attualmente non esiste una cura definitiva per le demenze, ma si può fare molto sia per le persone che convivono con la malattia sia per coloro che si prendono cura di esse. Per esempio, vi sono alcune strategie che possono essere molto utili per mantenere uno stato di benessere psicofisico in generale e che al tempo stesso potrebbero rallentare il declino cognitivo. In particolare, l’attività fisica regolare aiuterebbe a preservare le capacità motorie e cognitive, mentre la partecipazione ad attività sociali e intellettualmente stimolanti può contribuire a mantenere attive le funzioni cerebrali. Per quanto riguarda le terapie farmacologiche, pur non esistendo ancora farmaci risolutivi, vi sono opzioni utili a gestire i sintomi delle demenze, che variano anche a seconda della condizione medica che determina la demenza stessa. Ad esempio, nel trattamento della malattia di Alzheimer vengono impiegati gli inibitori della colinesterasi (un enzima che ha lo scopo di metabolizzare il neurotrasmettitore colina) per migliorare temporaneamente la memoria e le funzioni cognitive, in quanto a questo tipo di demenza si associano bassi livelli di colina nel cervello. Nei casi più gravi di Alzheimer e nella demenza vascolare, si può ricorrere alla memantina, che agisce proteggendo le cellule cerebrali dai danni della demenza. Farmaci per il controllo della pressione arteriosa e del colesterolo possono ridurre il rischio di ulteriori danni cerebrali, quando si parla di demenza vascolare. Quando la demenza è accompagnata da disturbi dell’umore o da depressione, potrebbero essere prescritti anche farmaci antidepressivi come gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), ma solo se gli interventi sullo stile di vita e sulle relazioni sociali non sono sufficienti. Infine, come per buona parte delle malattie multifattoriali, croniche e degenerative, non dimentichiamo un’enorme risorsa a nostra disposizione: la prevenzione. Come ci ricorda il ministero della Salute, la prevenzione è un insieme di azioni che hanno il fine di proteggere lo stato di salute delle persone e promuovere dei comportamenti mirati alla cura di sé per evitare o contenere l’insorgenza di malattie. Nel caso della demenza, adottare misure preventive significa intervenire lungo tutto l’arco della vita per limitare i fattori di rischio noti. In effetti, ogni momento della vita conta, e non è mai troppo presto per cominciare a prendersi cura della propria salute (e di quella del proprio cervello). In giovane età (prima dei 45 anni), ad esempio, un basso livello di istruzione potrebbe influenzare negativamente la cosiddetta “riserva cognitiva”, ossia la capacità del cervello di resistere ai danni e di compensarli nel tempo. Nella fase adulta (tra i 45 e i 65 anni) e nella terza età (dopo i 65 anni), altri fattori come l’ipertensione, il diabete o uno stile di vita poco attivo possono accelerare il declino cognitivo e favorire lo sviluppo della malattia. Per questo è importante sensibilizzare sui fattori di rischio modificabili e su come ridimensionarli: come ricorda il ministero della Salute, anche un semplice ritardo di qualche anno nell’insorgenza di queste condizioni rappresenterebbe un grande traguardo, permettendo a molte persone di raggiungere la vecchiaia senza manifestare i sintomi di demenza.