Di Chiara Di Lucente

Colpisce almeno due milioni di persone in Italia, in particolar modo le donne di età compresa tra i 20 e i 55 anni, causa sintomi cronici e debilitanti e, purtroppo, rimane ancora poco compresa: che cos’è la fibromialgia, come avviene la diagnosi e soprattutto come trattarla

fibromialgia

Sebbene la scienza medica sia in costante evoluzione, purtroppo vi sono ancora malattie e condizioni che rappresentano un enigma per personale sanitario, ricercatori, pazienti e familiari. Tra queste, vi è la fibromialgia, malattia caratterizzata da dolore muscoloscheletrico diffuso, accompagnato da affaticamento, disturbi del sonno e dell’umore. Inoltre spesso chi soffre di fibromialgia affronta anche altre condizioni, come cefalea tensiva, sindrome dell’intestino irritabile, ansia e depressione. Sebbene questa patologia, che sembra colpire principalmente le donne, sia oggetto di studio da numerosi decenni, molti dei suoi aspetti rimangono ancora poco indagati dal punto di vista medico. Ma cos’è esattamente la fibromialgia? Quali sono le sue cause? E soprattutto, come si vive con questa condizione e quali sono i suoi possibili trattamenti? Scopriamo insieme questa realtà intricata e spesso poco compresa.

La storia, qualche numero e la difficoltà di diagnosi

Questa condizione ha una storia lunga e complessa che affonda le radici nel XIX secolo, quando venne descritta per la prima volta. Tuttavia, fu solo negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso che gli scienziati iniziarono a comprenderne meglio le cause e i meccanismi di insorgenza, che sembrano coinvolgere il sistema nervoso centrale. Un contributo significativo venne dal medico dell’Università di Toronto Wallace Graham negli anni ’50, quando introdusse il concetto di “sindrome del dolore”, riferendosi a una condizione in cui il dolore persiste nonostante l’assenza di una specifica malattia organica. Questo perché generalmente il dolore, sia a livello fisiologico sia a livello patologico, funziona da campanello d’allarme per l’organismo, indicando un danno a livello dei tessuti, effettivo (come una ferita, un’emorragia, un tumore invasivo e così via) o potenziale (come l’eccessiva pressione su un osso prima che si rompa e causi quindi un danno): in questo caso, invece, il dolore era presente e continuava a persistere anche senza un apparente danno a livello dei tessuti o una malattia che li coinvolgesse. Successivamente, il termine fibromialgia fu coniato da Hugh Artur Smythe e Harvey Moldofsky, sempre dell’Università di Toronto, dopo l’identificazione di alcune regioni particolarmente dolorose chiamate “pain points” o “tender points”, 18 punti del corpo dei pazienti con tale sindrome, in cui anche solo una leggera pressione provocava un dolore circoscritto. I tender points sono localizzati in corrispondenza della base del cranio, della base del collo, tra clavicola e spina dorsale, della cassa toracica, del bordo esterno dell’avambraccio, della parte superiore dell’anca, della parte alta dei glutei e delle ginocchia. Alla luce di queste scoperte, nel 1990 il comitato dell’American College of Rheumatology elaborò precisi criteri diagnostici che hanno rappresentato un passo avanti significativo nella comprensione e nella diagnosi della fibromialgia. Secondo queste linee guida, per diagnosticare la fibromialgia si tiene conto di due fattori: il dolore diffuso sia sopra che sotto la vita, causato da una sensibilizzazione del sistema nervoso centrale, e il dolore cronico che persiste per almeno tre mesi, in assenza di altre cause, con sensibilità al tocco in almeno 11 delle 18 zone specifiche del corpo. Questi criteri hanno migliorato la capacità di identificare e trattare la fibromialgia in modo più efficace, anche se è importante notare che nel tempo essi sono stati soggetti a modifiche e aggiornamenti, seguendo l’evoluzione della comprensione della malattia.

Ma quanto è diffusa questa malattia nella popolazione generale? La fibromialgia colpisce principalmente le donne, con una prevalenza più elevata rispetto agli uomini. L’incidenza di questa condizione tende ad aumentare con l’età, diventando più comune nelle persone anziane. È interessante notare che la fibromialgia è una delle principali cause di dolore muscoloscheletrico generalizzato nelle donne di età compresa tra i 20 e i 55 anni anche se, ricordiamo, le persone di sesso maschile non ne sono esenti. Sorprendentemente, la sua incidenza negli adolescenti è simile a quella riscontrata negli adulti, suggerendo che nessun gruppo di età è esente da questa malattia. Parlando di numeri, negli Stati Uniti circa il 6,4% della popolazione soffre di fibromialgia, con una percentuale maggiore nel genere femminile (7,7%) rispetto a quello maschile (4,9%). Studi condotti in diverse parti del mondo, come Europa e Sud America, hanno riportato tassi di prevalenza che variano tra il 3,3% e l’8,3%. In Italia, si stima che ci siano almeno 2 milioni di persone affette da fibromialgia, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità. Nonostante la sua diffusione, la fibromialgia è spesso sottodiagnosticata, in quanto la sua diagnosi può essere complessa e richiede una valutazione attenta, poiché i suoi sintomi non sono specifici e possono somigliare a quelli di altre malattie. Per confermare la diagnosi di fibromialgia, il personale medico dovrà escludere altre condizioni che possono causare sintomi simili, come la polimialgia reumatica, l’artrite reumatoide e altre malattie autoimmuni. Lo specialista più indicato per diagnosticare la fibromialgia è il reumatologo, che eseguirà una visita medica approfondita, prenderà in considerazione la storia clinica del paziente, verificherà la presenza di dolore persistente da almeno tre mesi e controllerà la sensibilità ai tender points.

I sintomi, le cause e i trattamenti

Abbiamo parlato soprattutto di dolore, ma i sintomi della fibromialgia sono eterogenei e possono variare in tipologia e intensità da persona a persona, includendo, oltre al dolore diffuso, stanchezza cronica e difficoltà cognitive. Tali sintomi possono manifestarsi improvvisamente dopo un trauma o accumularsi nel tempo. In particolare, il dolore associato a questa condizione è spesso descritto come costante, sordo e presente su entrambi i lati del corpo. Altri sintomi comuni includono rigidità muscolare, la sensazione di gonfiore e parestesie, che sono sensazioni anomale come formicolio o intorpidimento. Oltre a questi sintomi, la fibromialgia può anche provocare una varietà di disturbi aggiuntivi che coinvolgono diversi sistemi del corpo, come i disturbi neurologici, cognitivi, neuroendocrini e autonomi. I sintomi neurologici possono includere mal di testa, vertigini o sensazione di stordimento, mentre i problemi cognitivi possono manifestarsi con difficoltà di concentrazione e problemi di memoria. I disturbi neuroendocrini possono causare squilibri ormonali e influenzare il metabolismo e il sonno, mentre i disturbi autonomi possono provocare variazioni nella frequenza cardiaca, sudorazione e temperatura corporea.

Una delle sfide principali nella gestione della fibromialgia è anche la difficoltà nell’individuarne le cause e i meccanismi di insorgenza. Mentre si ipotizza l’interazione di vari fattori, dalla genetica agli eventi traumatici fisici o emotivi, al momento non esiste o non è stata individuata una causa definita. Tuttavia, alcuni studi suggeriscono una predisposizione genetica, l’implicazione di infezioni e l’effetto di traumi fisici o stress psicologici nell’insorgenza della malattia. Si pensa che la fibromialgia amplifichi le sensazioni dolorose, influenzando il modo in cui il cervello elabora il dolore. Sebbene non esista una cura definitiva per la fibromialgia, ci sono molte strategie per gestire i sintomi e migliorare la qualità della vita di chi ne è affetto. Trattamenti farmacologici come antidolorifici, antidepressivi e antiepilettici possono essere prescritti per alleviare il dolore e migliorare il sonno. Tuttavia, l’approccio terapeutico va oltre i farmaci, che spesso producono effetti benefici limitati e include anche l’esercizio fisco regolare, il rilassamento e la riduzione dello stress. In conclusione, la fibromialgia è una patologia difficile da diagnosticare e trattare, che spesso lascia i pazienti insoddisfatti e alla ricerca di soluzioni alternative. Un approccio interprofessionale è fondamentale per gestirla al meglio, coinvolgendo medici, infermieri, fisioterapisti e farmacisti. Non esiste una cura definitiva, ma è importante educare i pazienti su cosa possa scatenare i sintomi della malattia e incoraggiarli ad adottare uno stile di vita sano, che includa una dieta equilibrata, l’esercizio fisico e il coinvolgimento in gruppi di supporto. L’uso di terapie psicosociali come la terapia cognitivo-comportamentale può essere utile, così come il controllo del dolore tramite metodi alternativi ai farmaci. Infine, la ricerca continua è essenziale per sviluppare nuove strategie terapeutiche e migliorare la qualità della vita delle persone colpite da questa condizione debilitante.