Di Chiara Di Lucente
cervello invecchiamento

Quando gli anni passano, il cervello sembra non essere più quello di un tempo. Da semplici dimenticanze, a non essere più arguti come una volta, a patologie ben più gravi come la malattia di Alzheimer o altre forme di demenze, l’età è da sempre associata a un certo deterioramento delle funzioni cognitive. E in effetti, per quello che riguarda le demenze, è proprio l’età il principale fattore di rischio per queste patologie. Ma il declino cognitivo è una conseguenza naturale del tempo che passa, oppure un cervello anziano può comunque essere in salute? E soprattutto, cosa possiamo fare per mantenerlo tale e agire in un’ottica di prevenzione? Scopriamolo in questo articolo!

Gli studi sull’invecchiamento del cervello

Invecchiare è un processo naturale che coinvolge tutto il corpo, cervello compreso. Negli ultimi decenni, la ricerca ha cercato di delineare in modo sempre più accurato che cosa accade alla nostra mente con il passare del tempo. Nonostante alcuni inevitabili bias metodologici (per esempio, il rischio di includere negli studi soltanto persone con un buon supporto socioeconomico, e magari tralasciare una fetta della popolazione che avrebbe reso il campione più vicino alla realtà, o al contrario di considerare “sane” persone già con segni e sintomi precoci di declino cognitivo dovuto a patologie), numerose evidenze hanno permesso di definire con maggiore precisione come cambia il nostro cervello durante l’invecchiamento. La buona notizia è che non si tratta affatto di un susseguirsi inevitabile di perdite: l’invecchiamento cerebrale segue pattern prevedibili, in cui alcune abilità cognitive tendono a ridursi, mentre altre rimangono stabili o addirittura migliorano. Vediamo quali. 

Solitamente gli studi di questo tipo tendono a dividere le capacità cognitive da testare in due macrocategorie: le cosiddette capacità cristallizzate e le capacità fluide. Potremmo definire le prime come la nostra “memoria storica”, ovvero tutte quelle capacità che abbiamo acquisito e perfezionato nel corso degli anni, oltre alle conoscenze accumulate durante la nostra vita. Appartengono a questa categoria le nozioni di cultura generale, l’uso del vocabolario, le informazioni storiche, la capacità di comprensione del testo. Le capacità fluide, invece, sono quelle capacità cognitive che richiedono al soggetto di prestare attenzione al proprio ambiente ed elaborare rapidamente nuove informazioni per risolvere problemi. Andando più nel dettaglio, distinguere le capacità cognitive in diversi domini, come attenzione, memoria, funzioni esecutive, linguaggio e capacità visuospaziali: ciascuno di essi mostra un certo grado di declino con l’ avanzare dell’età, anche se non in maniera uguale per tutti. Parte di questo andamento è legato alla riduzione della percezione sensoriale e della velocità di elaborazione degli stimoli esterni: ad esempio, l’udito peggiora progressivamente già dalla mezza età e la lentezza di elaborazione rende più difficili i compiti che richiedono rapidità. Per quanto riguarda l’attenzione, gli adulti più anziani mantengono capacità di base, ma mostrano difficoltà nei compiti più complessi, come selezionare stimoli rilevanti in mezzo a distrazioni o dividere l’attenzione tra attività diverse. Se la  memoria immediata e quella procedurale restano stabili, il nuovo apprendimento, il richiamo libero e la memoria di lavoro sembrano diminuire progressivamente con il passare degli anni. Anche la memoria prospettica e la precisione dei ricordi episodici si riducono, mentre, la memoria autobiografica e molte conoscenze pregresse generalmente si mantengono e si consolidano nel corso del tempo. Le funzioni esecutive come la pianificazione, la flessibilità mentale, il problem solving sembrano mostrare un calo costante con l’età, soprattutto quando si tratta di compiti nuovi o complessi. La sfera legata al linguaggio, invece, rimane complessivamente preservata anche con il passare del tempo: vocabolario, ragionamento verbale e conversazione quotidiana si mantengono stabili. Tuttavia, diminuiscono la comprensione del parlato in condizioni difficili (rumore, ambiguità), la fluidità verbale e il recupero delle parole. Infine, alcune componenti visuospaziali rimangono intatte, come il riconoscimento di oggetti e forme, mentre peggiorano il giudizio spaziale e la capacità di riprodurre figure complesse. Riassumendo, numerosi studi hanno dimostrato che si verifica un miglioramento nelle capacità cristallizzate fino a circa 60 anni, seguito da un plateau fino a 80 anni, mentre per le capacità cognitive fluide si osserva un progressivo (anche se lento, se non altro fino ai 50-60 anni) declino dai 20 anni in poi.

Anche le neuroscienze stanno contribuendo a chiarire come il cervello cambi durante lo sviluppo, la crescita e l’invecchiamento. Un recente studio pubblicato su Nature Communications e condotto dalla MRC Cognition and Brain Sciences Unit di Cambridge ha analizzato i cervelli di 3.802 persone tra 0 e 90 anni utilizzando dati di risonanza magnetica di diffusione, una tecnica che permette di mappare le connessioni neurali osservando il movimento delle molecole d’acqua nel tessuto cerebrale. Questo approccio ha consentito ai ricercatori di costruire una vera e propria mappa dinamica dell’architettura cerebrale nel corso della vita. I risultati suggeriscono l’esistenza di cinque grandi fasi nello sviluppo e nell’invecchiamento del cervello umano, separate da quattro punti di svolta chiave: 12, 32, 66 e 83 anni. Concentrandoci sulle età più rilevanti per l’invecchiamento, il punto di svolta intorno ai 66 anni segna l’inizio di una fase in cui l’architettura cerebrale inizia a mostrare cambiamenti tipici dell’età avanzata. Pur non essendo caratterizzata da trasformazioni strutturali drammatiche, questa fase mostra comunque modificazioni significative nei pattern delle reti neurali. Si tratta inoltre di un periodo della vita in cui aumentano i rischi di condizioni che possono influenzare il cervello, come l’ipertensione. L’ultimo punto di svolta emerge intorno agli 83 anni e dà inizio alla fase finale della struttura cerebrale. Sebbene i dati disponibili siano più limitati, questa epoca è caratterizzata da una riduzione ulteriore della connettività globale e da una maggiore dipendenza da specifiche regioni cerebrali, con un passaggio da un’organizzazione più diffusa a una più locale.

Doverose differenze e una corretta prevenzione

Come abbiamo visto, alcuni cambiamenti cognitivi lievi fanno parte del normale processo di invecchiamento, ma le demenze non rientrano tra questi. La demenza è oggi riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una priorità globale di salute pubblica, anche a causa dell’invecchiamento demografico, trattandosi della settima causa di morte nel mondo e una delle principali cause di disabilità nella popolazione anziana. Si tratta di un insieme di condizioni di natura degenerativa, vascolare, metabolica o infiammatoria che danneggiano progressivamente il cervello, compromettendo capacità cognitive come memoria, pensiero, linguaggio, funzioni esecutive e capacità astrattive. Pur non alterando la coscienza, la demenza è spesso accompagnata, e talvolta preceduta, da cambiamenti dell’umore, del comportamento, della motivazione o del controllo emotivo. Con il peggiorare dei deficit cognitivi, l’autonomia viene progressivamente meno, fino alla dipendenza totale dagli altri. Tra le diverse forme, la malattia di Alzheimer rappresenta il 60-70% dei casi di demenza. I declini cognitivi fisiologici associati all’età sono in genere modesti e riguardano soprattutto la velocità di elaborazione e l’attenzione, invece, quando si parla di demenze, il deterioramento è più marcato e può includere difficoltà nel ricordare informazioni recenti, disorientamento, problemi nel risolvere compiti abituali, alterazioni del linguaggio o comportamenti non adeguati alle norme sociali. Possono comparire anche disturbi motori, come aumenti delle cadute o tremori. Stabilire quando questi cambiamenti siano motivo di preoccupazione non è semplice: il profilo cognitivo varia notevolmente tra individui e ciò che appare “normale” per uno può non esserlo per un altro. Questa variabilità rappresenta una delle principali sfide cliniche nella diagnosi precoce. Per questo motivo la ricerca sta concentrando sempre più l’attenzione sui meccanismi biologici alla base del declino cognitivo “normale” e sul modo in cui questi si intrecciano con i processi patologici delle malattie neurodegenerative, in particolare l’Alzheimer. Parallelamente, un crescente corpo di evidenze indica che i fattori di rischio vascolare, tra cui ipertensione, ipercolesterolemia, diabete, obesità e fumo, contribuiscono in modo cumulativo al deterioramento cognitivo. Le persone con malattie cardiovascolari, infatti, tendono a mostrare un peggioramento più accentuato rispetto ai coetanei sani. Un risultato in linea anche con quanto emerso nello studio pubblicato su Nature Communications citato prima, in cui il punto di svolta intorno ai 66 anni sembra riflettere, almeno in parte, gli effetti delle patologie vascolari sull’architettura cerebrale.

La buona notizia è che numerosi studi indicano inoltre che stili di vita sani possono ridurre il tasso di declino cognitivo e ritardare la comparsa di sintomi nelle malattie dell’età avanzata. Tra i fattori più rilevanti vi sono:

• attività cognitivamente stimolanti (lettura, cruciverba, giochi da tavolo)
• istruzione continua o partecipazione a corsi e lezioni
• attività fisica regolare (anche solo 30 minuti, tre volte a settimana)
• prevenzione dei traumi cranici
• alimentazione equilibrata, soprattutto di tipo cardioprotettivo
• controllo di colesterolo e pressione
• gestione di depressione, stress, diabete e apnea notturna
• limitazione dell’esposizione a neurotossine, come l’alcol in eccesso.

Fonti:

  • Bain LJ, Jedrziewski K, Morrison-Bogorad M, Albert M, Cotman C, Hendrie H, Trojanowski JQ. Healthy brain aging: a meeting report from the Sylvan M. Cohen Annual Retreat of the University of Pennsylvania Institute on Aging. Alzheimers Dement. 2008 Nov;4(6):443-6. doi: 10.1016/j.jalz.2008.08.006. Epub 2008 Oct 22. PMID: 18945646; PMCID: PMC2592556.
  • Murman DL. The Impact of Age on Cognition. Semin Hear. 2015 Aug;36(3):111-21. doi: 10.1055/s-0035-1555115. PMID: 27516712; PMCID: PMC4906299.
  • Cohen, G. D. (2006). The Mature Mind: The Positive Power of the Aging Brain. Basic Books.
  • Whitmore, L., Beck, D. Current challenges and future directions for brain age prediction in children and adolescents. Nat Commun 16, 7771 (2025). https://doi.org/10.1038/s41467-025-63222-7