Di Chiara Di Lucente

In Italia, circa 500.000 persone convivono con la malattia di Alzheimer: di queste, quasi i due terzi sono donne. Questo indica che le donne hanno un rischio maggiore rispetto agli uomini di sviluppare questa malattia neurodegenerativa progressiva, caratterizzata da perdita di memoria, deficit cognitivi e cambiamenti comportamentali. Eppure, nonostante questi dati, fino a qualche decennio fa, le differenze di sesso e genere riguardo all’insorgenza, progressione e gestione della malattia erano poco studiate. L’invecchiamento è uno dei principali fattori di rischio per la malattia di Alzheimer e la maggiore prevalenza tra le donne è stata spesso collegata alla loro maggiore aspettativa di vita rispetto agli uomini. Tuttavia, sempre più evidenze suggeriscono che questa non sia l’unica spiegazione; sono infatti coinvolti anche meccanismi biologici e socio-culturali legati al sesso e al genere. Vediamo quali.
Prima, però, facciamo un passo indietro. La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza senile, caratterizzata da alterazioni cerebrali che, con il passare del tempo, compromettono le attività quotidiane. Questa malattia neurodegenerativa si manifesta con l’abbassamento dei livelli cerebrali di determinati neurotrasmettitori come l’acetilcolina, l’accumulo di aggregati proteici nel cervello e la morte cellulare soprattutto nelle zone del cervello deputate a funzioni cognitive come la memoria, la pianificazione e il linguaggio. Questa demenza è caratterizzata da una progressione lenta, con una durata media di 8-10 anni dopo la diagnosi: i sintomi iniziano con lievi problemi di memoria e possono evolvere in gravi deficit cognitivi, disorientamento e trascuratezza personale. La diagnosi certa può avvenire solo post-mortem, mentre durante il decorso si possono formulare diagnosi possibili o probabili tramite esami clinici, test neuropsicologici e neuroimaging. Attualmente non esistono cure definitive per la malattia di Alzheimer, e i trattamenti si concentrano sulla gestione dei sintomi; farmaci come donepezil e rivastigmina possono rallentare il declino cognitivo nelle fasi iniziali. La ricerca è attualmente focalizzata su nuovi farmaci e approcci immunologici: negli ultimi anni, infatti, sono stati approvate diverse terapie basate sugli anticorpi monocolonali, che stanno dimostrando alcuni benefici clinici. Comunque, è bene ricordare che per la gestione e il trattamento di questa malattia sono fondamentali anche gli approcci non farmacologici: le principali terapie comprendono la terapia di orientamento alla realtà, che aiuta i pazienti a riconnettersi con la propria vita personale e il loro ambiente; la terapia occupazionale è utile per adattare le attività quotidiane, mentre la terapia comportamentale serve a gestire comportamenti problematici; altre forme di intervento includono la musicoterapia e l’arteterapia, che stimolano le capacità espressive, e la terapia fisica, finalizzata a migliorare la mobilità dei pazienti. Poiché non esistono ancora cure definitive e la malattia non è completamente compresa, è essenziale approfondire la ricerca sulle sue cause e sull’insorgenza, cominciando da statistiche e dati epidemiologici.
Partiamo quindi dai numeri: secondo i dati del Ministero della Salute, circa il 5% delle persone sopra i 60 anni in Italia è affetto da Alzheimer. Con l’invecchiamento della popolazione, l’impatto di questa malattia sta crescendo, raggiungendo proporzioni epidemiche. Negli Stati Uniti, oltre cinque milioni di persone hanno una diagnosi di Alzheimer, e si stima che tra 14 e 16 milioni riceveranno una diagnosi entro il 2050, a meno che non vengano sviluppati nuovi trattamenti o interventi per prevenire o ritardarne l’insorgenza. Ma i dati epidemiologici ci forniscono un’altra preziosa informazione su questa malattia: le donne hanno più probabilità di sviluppare l’Alzheimer rispetto agli uomini. Uno studio condotto in Svezia su 16.926 persone ha mostrato che, a partire dagli 80 anni, le donne avevano maggiori probabilità di ricevere una diagnosi rispetto ai loro coetanei maschi. Analogamente, un’indagine a Taiwan ha rivelato che, in un arco temporale di sette anni, le donne presentavano un rischio maggiore di sviluppare la malattia. Una meta-analisi sull’incidenza dell’Alzheimer in Europa ha scoperto che circa 13 donne su 1.000 sviluppano la malattia ogni anno, contro 7 uomini. Trattandosi di una malattia direttamente correlata all’età, per molti decenni chi se ne occupava ha dato per scontato che tali differenze fossero esclusivamente dovute al fatto che in media le donne sono più longeve rispetto agli uomini. Secondo l’Istat, infatti – e si tratta di un trend a livello globale – le donne vivono in media 6-8 anni più degli uomini, con una speranza di vita di 84,6 anni contro i 79,1. Eppure, crescenti evidenze, accumulate solo nel corso degli ultimi anni, ci dicono che dietro le differenze della prevalenza dell’Alzheimer ci sia anche altro, più legato al sesso e al genere che solo all’età. Del resto, infatti, nonostante vivano di più, le donne sembrano essere più colpite da diverse condizioni mediche, e quindi vivano in condizioni peggiori rispetto agli uomini, con maggiori tassi di fragilità e disabilità; in questo sembrano entrino in gioco sia fattori biologici, sia fattori socio-culturali. Questo vale soprattutto per malattie multifattoriali, in cui sì la genetica e fattori di rischio non modificabili sono importanti, ma anche l’ambiente e le condizioni circostanti. Tra queste malattie, vi è anche l’Alzheimer.
Sesso, genere e l’importanza della medicina di genere
Prima di continuare, è bene chiarire meglio l’utilizzo di termini fondamentali in questa branca della medicina e della ricerca, come “sesso” e “genere”. Per sesso, infatti, ci si riferisce ai tratti biologici, anatomici e fisiologici che distinguono uomini e donne, come le caratteristiche fisiche definite geneticamente, derivanti dall’espressione dei cromosomi sessuali e sviluppate durante la pubertà grazie alla stimolazione ormonale. I cromosomi sessuali XX o XY, la presenza di testicoli od ovaie, il livello ematico di alcuni ormoni sessuali sono fattori legati al sesso. Al contrario, il genere è un concetto socio-culturale che racchiude i comportamenti e le norme associate all’essere maschili o femminili, specifici di ciascuna cultura. Ogni società impone modelli comportamentali e temperamenti considerati appropriati per uomini e donne, creando norme e ruoli di genere che possono sfociare in stereotipi, portando a disparità in ambiti come istruzione, occupazione e reddito. Il fatto che, mediamente, a livello globale, le donne siano meno istruite e che percepiscano redditi più bassi è un fenomeno legato al genere.
Sia il sesso che il genere sono riconosciuti come determinanti della salute dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, ovvero quei fattori biologici, personali, sociali, economici ed ambientali in grado di determinare lo stato di salute delle singole persone o di intere popolazioni. Eppure per molto tempo il sesso e il genere sono stati fattori poco considerati in medicina: gli studi preclinici solitamente erano realizzati su animali maschi o su linee cellulari maschili, mentre negli studi clinici (quelli condotti magari per testare un nuovo farmaco) il genere dei partecipanti contava poco, o, nella peggiore delle ipotesi, diventava una fastidiosa variabile da eliminare, per ottenere risultati più omogenei. Questo voleva dire che il maschile era considerato lo standard nella ricerca biomedica, e che ogni scoperta, trattamento o criterio diagnostico derivante da essa era plasmato quasi esclusivamente sugli uomini. È solo qualche decennio fa che le cose iniziano, faticosamente, a cambiare: in un editoriale del 1981 a firma di Bernardine Healy, direttrice del National institutes of health statunitense, si comincia a parlare di medicina di genere, una branca della medicina che ha l’obiettivo di studiare le differenze tra uomini e donne riguardo a prevenzione, sintomi, approccio terapeutico, prognosi e impatti psicologici e sociali delle malattie. L’obiettivo di questa ricerca è sviluppare percorsi specifici di prevenzione, diagnosi, terapia e assistenza per ciascun sesso, nell’ottica di una medicina più precisa, efficace e personalizzata. Tuttavia, ancora oggi questo aspetto della medicina di precisione è ancora considerato trascurato da numerosi studi.
Tornando all’Alzheimer, la maggiore prevalenza di questa malattia tra le donne è stata raramente riconosciuta, e molti scienziati la consideravano un dato trascurabile nella ricerca clinica. Inoltre, il sesso e il genere delle persone coinvolte negli studi clinici non venivano frequentemente descritti o analizzati in relazione alle caratteristiche della malattia. Lo stesso vale per gli studi preclinici, dove il sesso degli animali utilizzati era spesso ignorato. Eppure, sempre più evidenze ci dicono che il sesso e il genere giochino un ruolo fondamentale nell’insorgenza di questa malattia neurodegenerativa. Vediamo perché.
Le differenze nella malattia di Alzheimer e le direzioni future
Partiamo dalle differenze legate al sesso. La pre-eclampsia, ovvero la condizione di ipertensione in gravidanza, è stata associata a un rischio maggiore di malattie cardiovascolari e deterioramento cognitivo in età avanzata: questo potrebbe significare un legame tra pressione alta in gravidanza e Alzheimer, anche se in realtà tale relazione non è stata sufficientemente approfondita dalla ricerca. Inoltre, la menopausa precoce, dovuta a interventi chirurgici o insufficienza ovarica, è un fattore di rischio per questa demenza. Tra gli altri fattori biologici dipendenti dal sesso al momento esplorati dalla ricerca biomedica vi sono quelli legati alle differenze di funzionamento del sistema immunitario, che potrebbe avere un ruolo nella deposizione degli aggregati proteici nel cervello, alle differenze di espressione di geni come il gene APOE e al livello di estrogeni nel sangue. D’altro canto, il genere influisce sui fattori di rischio socio-economici per l’insorgenza di Alzheimer. Per esempio, a livello globale le donne possiedono il doppio del rischio di sviluppare depressione rispetto agli uomini. La depressione aumenta il rischio di demenza da Alzheimer in entrambi i sessi, ma poiché è più comune nelle donne, il suo impatto su di esse è maggiore. Nella maggior parte delle culture, poi, le donne tendono ad avere redditi più bassi e livelli di istruzione inferiori rispetto agli uomini, e un basso livello di istruzione è associato a un rischio maggiore di demenza. Anche quando si parla di assistenza il genere femminile è direttamente coinvolto: oltre il 75% dei caregiver è rappresentato da donne, spesso nelle vesti di mogli o figlie, che si trovano ad affrontare notevoli difficoltà sia personali sia professionali, esposte a rischi significativi per la propria salute mentale e fisica, come per esempio disturbi del sonno e depressione.
Buona parte delle differenze di sesso e genere nell’insorgenza, nella progressione e anche nei trattamenti dell’Alzheimer è tuttora poco compresa, perché lo studio su di esse è ancora agli inizi rispetto ad altri campi, come la cardiologia, dove sono già stati fatti notevoli progressi. Una migliore comprensione di queste differenze, tuttavia, potrebbe migliorare significativamente la prevenzione e il trattamento della malattia di Alzheimer: per questo, sempre più scienziati e scienziate testimoniano l’importanza di includere variabili legate al sesso (come per esempio i livelli ormonali) nella ricerca biomedica, in modo da creare trattamenti più specifici per uomini e donne. Inoltre, la ricerca sulla malattia di Alzheimer deve anche considerare i fattori sociali e culturali, che possono essere difficili da quantificare: un approccio che tenga conto di variabili socio-demografiche può aiutare a ottenere risultati più accurati ed efficaci. Infine, promuovere politiche che tutelino e supportino i caregiver può aiutare a livellare le disparità di genere.
Fonti:
- https://www.epicentro.iss.it/alzheimer/
- https://www.health.harvard.edu/blog/why-are-women-more-likely-to-develop-alzheimers-disease-202201202672
- Mielke MM. Sex and Gender Differences in Alzheimer’s Disease Dementia. Psychiatr Times. 2018 Nov;35(11):14-17. Epub 2018 Dec 30. PMID: 30820070; PMCID: PMC6390276.
- Moser, M. V., Putignano, G., Ferretti, M. T., Schumacher Dimech, A., & Santuccione Chadha, A. (2023). Sex and gender considerations in Alzheimer’s disease: The Women’s Brain Project contribution. Frontiers in Aging Neuroscience, 15, 1105620. https://doi.org/10.3389/fnagi.2023.1105620
- Ferretti, M., Iulita, M.F., Cavedo, E. et al. Sex differences in Alzheimer disease — the gateway to precision medicine. Nat Rev Neurol 14, 457–469 (2018). https://doi.org/10.1038/s41582-018-0032-9