Di Chiara Di Lucente

Si sa, la fine dell’anno vuol dire tempo di bilanci. Questo vale anche per la scienza e la medicina: ogni anno, infatti, a dicembre, le prestigiose riviste scientifiche Nature e Science stilano una classifica, rispettivamente sulle persone che hanno contribuito a plasmare il mondo della scienza e sulle scoperte scientifiche che hanno segnato l’anno appena trascorso. Come da tradizione, il 2024 non ha certo fatto eccezione. Ma c’è di più: tra le scoperte e le innovazioni premiate diverse hanno a che fare con la medicina, e probabilmente avranno un impatto importante sulla nostra salute e che ci fanno vedere al 2025 con speranza. Vediamo più in dettaglio quali sono.
La scoperta vincitrice del 2024
Partiamo subito dalla scoperta vincitrice del 2024 di Science che ha come campo di applicazione proprio quello della medicina. Secondo la rivista, infatti, l’innovazione più importante di quest’anno è il lenacapavir, farmaco antivirale diretto contro una particolare componente del virus dell’immunodeficienza umana (HIV). In particolare, il lenacapavir, utilizzato nella profilassi pre-esposizione (PrEP) – l’assunzione preventiva di farmaci attivi contro l’HIV da parte di persone sieronegative prima dei rapporti sessuali per evitare l’acquisizione dell’infezione – ha dimostrato risultati estremamente promettenti nella prevenzione e gestione di questa malattia. Per comprendere la portata della scoperta però, è bene fare un passo indietro e capire meglio che cos’è l’infezione da HIV e cosa comporta sulla salute. L’HIV è un virus a RNA dotato di un particolare meccanismo replicativo che attacca, distruggendoli, un tipo particolare di globuli bianchi, i linfociti T CD4, responsabili della risposta immunitaria contro vari agenti che mettono in pericolo l’organismo, come microrganismi e tumori. Quando l’infezione da HIV avanza senza controllo essa può portare a una grave compromissione del sistema immunitario, che nel lungo periodo, in assenza di opzioni terapeutiche, può avere anche esiti fatali. Se l’infezione da HIV non viene curata, infatti, nel corso del tempo provoca una grave compromissione del sistema immunitario, con conseguenze potenzialmente fatali; in particolare, la fase avanzata dell’infezione da HIV è nota come AIDS, acronimo inglese di acquired immune deficiency syndrome, ovvero “sindrome da immunodeficienza acquisita”. Negli ultimi decenni, l’approccio alla lotta contro l’HIV e l’AIDS è cambiato radicalmente rispetto agli anni Ottanta, periodo in cui questa malattia è emersa e ha iniziato a diffondersi a livello globale, in cui contrarre il virus voleva dire quasi sicuramente morire qualche anno dopo per infezioni o tumori che il sistema immunitario non riusciva ad arginare. Oggi, infatti, disponiamo di test diagnostici rapidi e precisi, opzioni di prevenzione e soprattutto terapie antivirali efficaci, che hanno portato a una riduzione del 64% del tasso di mortalità per AIDS dal 2004. Le persone sieropositive, se trattate adeguatamente, possono vivere una vita con un’aspettativa simile a quella delle persone sieronegative. Tuttavia, recentemente i progressi nella lotta contro l’HIV hanno subito un rallentamento a causa di risorse limitate e delle profonde disuguaglianze che ostacolano l’accesso agli strumenti diagnostici e terapeutici, mettendo a rischio milioni di vite, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Sebbene le nuove infezioni globali siano diminuite (da 2,1 milioni nel 2011 a 1,3 milioni nel 2023), l’HIV continua a infettare oltre un milione di persone ogni anno. La ricerca sul lenacapavir, tuttavia, offre nuove speranze: il farmaco, in modalità iniettabile, potrebbe garantire una protezione contro l’HIV per sei mesi, rappresentando un’innovazione promettente per il trattamento, ma soprattutto per la prevenzione e l’eliminazione di questa malattia.
Ma come funziona il lenacapavir? A differenza di altri farmaci contro HIV, che bloccano gli enzimi del virus legandosi alle parti che permettono loro di funzionare, il lenacapavir ha come bersaglio una componente virale che per molti anni è stata considerata inutile ai fini dello sviluppo di nuovi farmaci: il capside, un cappuccio proteico attorno al materiale genetico del virus. Grazie alla ricerca di base sull’HIV, negli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000, i ricercatori hanno scoperto che il capside di HIV interagisce con proteine che consentono al virus di penetrare nelle cellule ospiti nelle prime fasi dell’infezione. Un farmaco che lega e blocca tali interazioni come il lenacapavir, quindi, può bloccare l’infezione in maniera efficace, pur non andando ad agire sulla macchina replicativa del virus; il lenacapavir iniettabile è già disponibile da due anni come trattamento per persone con infezione da HIV che non rispondono ad altri farmaci, ma, come anticipato, il grande vantaggio derivante dall’uso di questo farmaco sarebbe proprio per la profilassi pre-esposizione. Un ampio studio condotto in Africa su oltre 5000 ragazze adolescenti e giovani donne in Sudafrica e Uganda e pubblicato lo scorso giugno ha rivelato infatti che le iniezioni di lenacapavir hanno azzerato le infezioni da HIV, dimostrando un’efficacia del 100% come profilassi pre-esposizione. A settembre, un secondo studio sulla Prep con lenacapavir ha riscontrato solo due infezioni su più di 2000 partecipanti, tra cui uomini cisgender, uomini e donne transgender, e persone gender diverse con rapporti sessuali con uomini, provenienti da Sud America, Asia, Africa e Stati Uniti. Come sottolinea Science, l’adozione su larga scala del lenacapavir come Prep e il suo potenziale impatto sulla fine dell’epidemia di HIV dipenderanno da fattori come l’accesso, la distribuzione e la domanda del farmaco stesso. L’approvazione normativa non è prevista prima della metà del 2025 e nei prossimi mesi è previsto l’avvio di nuove sperimentazioni per testare se una sola dose di lenacapavir possa garantire protezione per un anno. Questa scoperta si aggiunge ad altre innovazioni che stanno lentamente trasformando l’HIV/AIDS da una malattia devastante per intere comunità in una condizione prevenibile e curabile e, soprattutto, rara.
Le altre scoperte dell’anno
Per l’altra delle scoperte nel campo della medicina indicate come finaliste da Science, continuiamo a parlare di sistema immunitario: secondo la rivista, infatti, il 2024 è stato anche l’anno della terapia con cellule T recettoriali antigeniche chimeriche (CAR-T) per il trattamento di malattie autoimmuni come lupus, sclerodermia o sclerosi multipla. In realtà, la CAR-T è un’innovazione nota e utilizzata da tempo: nel 2013 era stata nominata proprio da Science scoperta dell’anno, e rappresenta un trattamento consolidato per diversi tipi di tumori del sangue. Basandosi sul concetto di istruire il sistema immunitario del paziente a sconfiggere le cellule tumorali in maniera specifica, si tratta di un approccio completamente innovativo rispetto alle terapie oncologiche tradizionali: i medici prelevano i linfociti T (che funzionano come una sorta di sentinella verso le possibili minacce all’organismo) dai globuli bianchi del paziente e le modificano geneticamente in modo che possano individuare in maniera specifica un altro tipo di globuli bianchi, le cellule B, e poi vengono reinfuse nel paziente, dove le distruggeranno. Le cellule B cancerose sono alla base di diverse leucemie e linfomi, ma le cellule B sono coinvolte anche nelle malattie autoimmuni, poiché rilasciano autoanticorpi tossici che danneggiano articolazioni, polmoni, reni e altri organi. Per questo, data l’efficiacia della CAR-T come trattamento ematologico, si è presto fatta strada l’idea che potesse funzionare anche per curare le malattie autoimmuni. In particolare, nel 2024 sono stati avviati nuovi studi clinici per testare l’efficacia della terapia CAR-T contro le cellule B in questo tipo di patologie: a febbraio è stato pubblicato uno studio a firma di diversi ospedali e centri di ricerca in Germania in cui 15 pazienti con lupus, sclerodermia o miosite, avevano ricevuto la terapia CAR-T dai 4 ai 29 mesi precedenti la ricerca. Quello che è emerso è stato particolarmente interessante: tutti e otto i pazienti con lupus erano in remissione dalla malattia senza dover utilizzare i farmaci, mentre altri mostravano ancora alcuni sintomi, ma tutti avevano interrotto l’uso dei farmaci immunosoppressori. Science riporta anche altri traguardi conseguiti dalla CAR-T nel 2024: oltre 30 pazienti affetti da miastenia grave e dalla sindrome della persona rigida, un disturbo neurologico invalidante, sono stati trattati con successo grazie a questa opzione terapeutica. I ricercatori hanno fatto progressi nella comprensione di come le cellule T modificate possano essere così efficaci, scoprendo una riduzione significativa delle cellule B in tessuti difficili da raggiungere con altri trattamenti, come i linfonodi. Tuttavia, sottolinea la rivista scientifica, rimangono questioni aperte, come la frequenza di effetti collaterali gravi, come reazioni immunitarie eccessive, e la durata delle remissioni complete.
Queste nuove applicazioni della terapia CAR-T sono così promettenti che compaiono anche nella classifica di Nature riguardo le persone che hanno plasmato la scienza del 2024. In particolare, infatti, nell’elenco redatto dalla prestigiosa rivista scientifica compare Huji Xu, “un medico e ricercatore ha osato sperimentare un approccio rivoluzionario per la cura delle malattie autoimmuni”. L’approccio rivoluzionario citato da Nature è proprio quello delle CAR-T. Xu, laureatosi in medicina a Shanghai, si è trasferito nel 1990 ad Adelaide, in Australia, per un dottorato in immunologia e reumatologia, studiando il ruolo di un anticorpo nelle malattie reumatiche. Ha poi proseguito la sua ricerca focalizzandosi sul sistema immunitario, occupandosi di malattie autoimmuni come lupus, l’artrite, la SIDS e i vaccini contro la malaria; nel 2008, è tornato a Shanghai, dove ha fondato un centro clinico e di ricerca per la reumatologia. Da qui, poi, la sperimentazione sulle cellule CAR-T è stata una scelta naturale, data la sua attenzione alle malattie autoimmuni. Il suo team ha trattato pazienti con miopatia infiammatoria e sclerosi sistemica, ottenendo risultati promettenti. Dopo aver ricevuto le cellule CAR-T, i pazienti hanno visto miglioramenti significativi: una donna ha riacquistato la forza muscolare, mentre due uomini hanno visto i sintomi migliorare in pochi giorni. Più di sei mesi dopo, tutti erano in remissione. Come sottolinea Nature, la differenza principale rispetto ad altri studi – compresi quelli di cui abbiamo parlato qui – è che Xu ha utilizzato cellule prelevate da un donatore, anziché dal paziente, una strategia che potrebbe permettere di produrre trattamenti CAR-T in serie, riducendo i costi e aumentando la disponibilità, con sempre più persone trattate efficacemente per le malattie autoimmuni. Questo traguardo fa di Xu una personalità che ha contribuito a plasmare la scienza nel 2024. E nel 2025? Non possiamo prevedere con certezza cosa ci riserverà il futuro, ma queste innovazioni, frutto dell’instancabile lavoro di menti brillanti in tutto il mondo ci offrono una ragione concreta per essere ottimisti. Ogni progresso nella ricerca scientifica, dalle terapie geniche ai farmaci innovativi come il lenacapavir o la terapia CAR-T, dimostra quanto la medicina possa aiutare a migliorare la vita delle persone, affrontare e auspicabilmente sconfiggere malattie un tempo considerate incurabili o difficilmente trattabili. Con queste premesse, possiamo guardare al 2025 con speranza.
Fonti:
- https://www.science.org/content/article/breakthrough-2024https://www.nature.com/immersive/d41586-024-03890-5/
- https://www.nature.com/immersive/d41586-024-03890-5/